La filosofia conduce alla chiarezza, al discernimento, al risveglio; insegna a vedere le cose come sono nella loro essenza e a cogliere il senso profondo della realtà.
La filosofia non è solo una disciplina che si studia a scuola o nelle università.
Filosofo è chi vuole conoscere sé stesso tramite le grandi domande della vita: quelle che nascono dal profondo e si incarnano nel quotidiano. Chi sono? Cos'è l'amore? Dov'è la mia libertà? Perché soffro? La filosofia conduce alla chiarezza, al discernimento, al risveglio; insegna a vedere le cose come sono nella loro essenza e a cogliere il senso profondo della realtà.
Le attività proposte hanno tutte una matrice filosofica: ognuna ha lo scopo di farci diventare, insieme, ricercatori della verità.
Un approccio multidisciplinare alla conoscenza di sé stessi, dell'altro e dell'oltre. Parte dal presupposto che l'anima sia onnisciente e contenga in sé tutte le domande e tutte le risposte. I percorsi proposti mirano a risvegliare questa memoria ancestrale, affinché la persona possa tornare a essere padrona di sé stessa, dei propri aspetti psicologici ed emotivi, ma soprattutto di quelli esistenziali, spirituali e filosofici, senza trascurare la dimensione intuitiva, esoterica, simbolica e animica. Il nome Filosofia Incarnata trae spunto da un approccio filosofico specifico creato da Stefania Giordano nei suoi gruppi di filosofia contemplativa.
Cammini diversi per momenti diversi della vita. Si può scegliere un singolo percorso o intrecciarne più di uno nel tempo. Tocca una voce per leggerne il dettaglio.
Un dialogo paritetico con un filosofo per affrontare insieme i temi fondanti della vita.
Un dialogo paritetico con un coach per definire i propri obiettivi e raggiungerli.
Un dialogo con un lettore di tarocchi che, tra simboli e intuizione, mostra le energie in campo.
Lettura condivisa e visualizzazioni guidate per far risuonare la propria vita con le grandi idee. Due metodi: Deep Philosophy e Filosofia Incarnata.
Un percorso esclusivo per ricevere un messaggio direttamente dalla propria anima.
Due percorsi per la vita di coppia: ritrovare l'armonia e proseguire insieme, oppure separarsi con serenità tutelando i figli.
Nessun passo è obbligato: si definisce insieme ciò che serve, con i tempi giusti per te.
Un primo scambio per mettere a fuoco il punto di partenza, le esigenze e il percorso più utile. Senza impegno.
Incontri individuali o di gruppo, su un tema alla volta. Un dialogo paritetico, non una lezione: la direzione resta nelle mani di chi partecipa.
Conclusi i primi incontri si può fermarsi, approfondire un nuovo tema o intrecciare percorsi diversi, secondo il momento.
Filosofa e ricercatrice, counselor, coach ed educatrice nella relazione d'aiuto.
Laureata in Filosofia e Scienze dell'Educazione presso l'Università degli Studi di Perugia. Specializzata in Counseling Filosofico presso la SUCF di Roma, mediatrice familiare presso l'AEMEF di Roma, esperta di violenza di genere e operatrice anti-violenza formata da Differenza Donna di Roma. Specializzata in Coaching presso la Future Academy; attualmente in specializzazione in Coaching Relazionale.
Ha collaborato con l'Università di Roma Tre organizzando gruppi di discussione filosofica nelle scuole superiori. Ha svolto attività di counselor filosofico individuale e di gruppo ed è stata docente presso la scuola SUCF di Roma, dove ha insegnato la disciplina «Pratiche Filosofiche Internazionali».
Co-fondatrice, insieme a Ran Lahav, del metodo Deep Philosophy, ha gestito gruppi italiani e internazionali di filosofia contemplativa e curato la sezione italiana dell'organizzazione Deep Philosophy. Ha organizzato ritiri filosofici internazionali, pubblicato ricerche filosofiche in Italia e negli Stati Uniti e tradotto per Ran Lahav testi di filosofia antica e medievale. In seguito ha fondato il suo metodo specifico di filosofia contemplativa: Filosofia Incarnata.
Ha lavorato come educatrice con minori abusati, come operatrice anti-violenza e fondatrice di centri anti-violenza. Ha maturato esperienza nell'ambito dell'anti-tratta e redatto lavori monografici sul trauma. È stata formatrice nelle scuole sui temi della violenza di genere e sull'abbattimento degli stereotipi di genere.
Ha inoltre svolto la professione di lettrice di tarocchi e docente di tarologia.
Brevi scritti sulla pratica filosofica e sulle domande che attraversano la vita di tutti.
Non è una terapia, non è una consulenza, non è un corso. È un dialogo tra pari che restituisce alle grandi domande il loro posto nella vita quotidiana.
Leggi l'articolo →Capita spesso di confondere il counseling filosofico con qualcosa che gli somiglia: una terapia, una consulenza, una lezione. È utile chiarire da subito cosa non è, perché è proprio in ciò che non è che si trova la sua natura.
Non è una psicoterapia. Non si occupa di diagnosi, di sintomi da curare o di un passato da ricostruire. Il suo terreno non è la malattia, ma le domande che accompagnano ogni esistenza: il senso di ciò che si fa, la qualità delle relazioni, le scelte di fronte a un bivio.
Non è nemmeno una consulenza, nel senso di qualcuno che fornisce risposte. Il counselor filosofico non sa, al posto dell'altro, cosa sia giusto: sa però accompagnare un pensiero perché diventi più chiaro, più onesto, più capace di vedere le proprie premesse.
Ciò che resta, tolto tutto questo, è un dialogo paritetico. Due persone che pensano insieme, dove una mette a disposizione un metodo e un'attitudine all'ascolto, e l'altra porta la propria vita concreta. Non c'è un esperto che corregge un profano: c'è una ricerca condivisa.
Il presupposto è semplice e impegnativo allo stesso tempo: ciascuno è, a suo modo, già un filosofo. Ognuno ha una visione del mondo che orienta le sue azioni, spesso senza che se ne accorga. Rendere visibile quella visione — dargli parola, esaminarla, metterla alla prova — è ciò che permette di ampliarla. E cambiare il modo di pensare significa, prima o poi, cambiare il modo di agire.
È per questo che il counseling filosofico non promette soluzioni rapide. Offre qualcosa di più lento e più duraturo: uno spazio in cui le proprie domande smettono di essere un peso da rimuovere e tornano a essere ciò che sono sempre state — il segno di una vita che si interroga.
«Chi sono?», «perché soffro?». Cercare una risposta definitiva è il modo più sicuro per mancarla. Esiste un altro modo di stare dentro una domanda.
Leggi l'articolo →«Chi sono?», «perché soffro?», «dov'è la mia libertà?». Di fronte a domande come queste, l'istinto è cercare una risposta che le chiuda. Eppure chiunque ci abbia provato sa che non funziona: la risposta, quando arriva, sembra sempre più piccola della domanda.
Forse il problema sta proprio nel verbo. Le grandi domande non sono problemi da risolvere, come un'equazione o un guasto. Sono più simili a luoghi: si possono abitare. E come ogni luogo, cambiano a seconda del momento della vita in cui le si attraversa.
Un problema, una volta risolto, scompare. Una domanda autentica, invece, resta: «cos'è l'amore?» non smette di interrogare chi ama, a vent'anni come a sessanta, e ogni volta chiede qualcosa di diverso. Pretendere di archiviarla una volta per tutte significa smettere di ascoltarla.
Abitare una domanda vuol dire un'altra cosa: tenerla aperta abbastanza a lungo da lasciarsi trasformare. Non rispondere in fretta per liberarsene, ma soggiornarvi, osservare come si presenta, quali immagini e quali resistenze suscita. È un esercizio che richiede pazienza e una certa fiducia: la fiducia che stare nella domanda non sia tempo perso, ma esattamente il lavoro che conta.
Questo non significa rinunciare alla chiarezza. Al contrario: è spesso restando in una domanda che si arriva a vedere con precisione le proprie premesse, le scelte che si stanno compiendo, la direzione che si sta prendendo. La chiarezza che ne nasce non è una formula da ripetere, ma uno sguardo più fermo sulla propria vita.
Le grandi domande, allora, non sono ostacoli sul cammino. Sono il cammino. E impararle ad abitare — invece di volerle a tutti i costi risolvere — è forse la prima cosa che la filosofia, quando si fa pratica, ha da insegnare.
Un testo filosofico non è solo qualcosa da capire. Può diventare uno specchio in cui la propria esperienza prende forma e parola.
Leggi l'articolo →Si è abituati a pensare la filosofia come un'attività della mente: leggere, analizzare, argomentare. La filosofia contemplativa parte da un sospetto diverso — che un testo filosofico non sia soltanto qualcosa da capire, ma qualcosa con cui entrare in risonanza.
Nei gruppi di filosofia contemplativa un brano viene letto insieme, ad alta voce, senza la fretta di interpretarlo. Poi, attraverso esercizi specifici e momenti di silenzio, si lascia che le parole tocchino l'esperienza di chi ascolta. Non si chiede «cosa voleva dire l'autore?», ma «cosa risuona, qui e ora, nella mia vita?».
È uno spostamento sottile ma decisivo. L'idea di libertà, di morte, di giustizia smette di essere un concetto astratto e diventa un'esperienza concreta: un ricordo, una sensazione, una tensione. La grande tradizione del pensiero e la vita di una singola persona si incontrano, e ciascuna illumina l'altra.
Da questo incontro può nascere anche una scrittura. Non un saggio accademico, ma un testo filosofico personale, scritto a partire dalla propria esperienza: un modo per dare forma a ciò che la contemplazione ha fatto emergere.
La filosofia contemplativa ha anche una dimensione comune. Si pensa in gruppo, tra compagni d'anima: persone diverse che, intorno alla stessa idea, scoprono quanto le proprie esperienze si parlino. L'ascolto reciproco allarga i confini di ciò che ciascuno avrebbe pensato da solo.
Pensare con tutto sé stessi — non solo con la testa, ma con la memoria, il corpo, le emozioni — è forse il senso più antico della parola «filosofia»: non un sapere da accumulare, ma un esercizio che riguarda l'intera persona. È da qui che nasce il nome stesso di questo lavoro: una filosofia che non resta sui libri, ma si incarna.
Il counseling aiuta a comprendere, il coaching aiuta a realizzare. Come un desiderio confuso diventa un obiettivo concreto, passo dopo passo.
Leggi l'articolo →Counseling e coaching vengono spesso confusi, eppure rispondono a esigenze diverse. Il counseling aiuta a comprendere; il coaching aiuta a realizzare. Dove il primo apre domande, il secondo costruisce passi concreti verso un risultato.
Il punto di partenza del coaching è un desiderio, spesso ancora confuso: «vorrei cambiare lavoro», «vorrei sentirmi più sicuro», «vorrei dare una direzione alla mia vita». Il primo lavoro consiste nel dare forma a quel desiderio, distinguendo ciò che si vuole davvero da ciò che si crede di dover volere.
Il coach non indica la strada giusta: aiuta la persona a tracciarla da sé. Attraverso domande mirate ed esercizi specifici, ciò che era vago diventa un obiettivo definito e raggiungibile per tappe. È la persona a stabilire la meta — il coach mette a disposizione il metodo per arrivarci.
Questo presuppone un'idea precisa: ognuno possiede già le risorse per muoversi, ma non sempre le vede. Il lavoro del coaching è farle emergere, individuare gli ostacoli interni — convinzioni limitanti, paure, abitudini — e trasformarli in leve.
Per questo il coaching procede a piccoli passi concreti. Tra un incontro e l'altro si sperimenta, si osserva cosa funziona, si corregge la rotta. Non è un percorso teorico, ma un allenamento a scegliere e ad agire.
Alla fine, ciò che resta non è soltanto l'obiettivo raggiunto, ma la consapevolezza di esserne stati artefici. Sentirsi padroni della propria vita — capaci di scegliere una direzione e di percorrerla — è forse il risultato più duraturo di un buon percorso di coaching.
Due percorsi per due momenti diversi: comprendersi per continuare, oppure separarsi tutelando la relazione e, soprattutto, i figli.
Leggi l'articolo →Ogni relazione attraversa momenti in cui qualcosa si inceppa. A volte è un passaggio da comprendere e superare; altre volte è una conclusione da gestire. A questi due momenti corrispondono due percorsi distinti: il counseling di coppia e la mediazione familiare.
Il counseling di coppia si rivolge a chi vuole capire prima di decidere. È uno spazio in cui i partner imparano a comunicare in modo più assertivo, a dare voce ai propri sentimenti e a riconoscere quelli dell'altro. Spesso il conflitto non nasce da ciò che si prova, ma dall'incapacità di dirlo: rimettere in circolo la parola è già metà del lavoro. L'obiettivo è comprendersi abbastanza da superare l'ostacolo e, se è ciò che entrambi desiderano, continuare insieme su basi nuove.
La mediazione familiare interviene invece quando la scelta di separarsi è già stata presa. È una fase delicata, spesso attraversata da conflitti, e ha bisogno di essere tutelata — soprattutto quando ci sono figli. Il mediatore, figura terza e imparziale, accompagna i partner verso un accordo di separazione equilibrato, che tenga conto della loro situazione concreta e della loro serenità presente e futura.
Il cuore di questo lavoro è la genitorialità: si può smettere di essere coppia senza smettere di essere genitori, e proteggere i figli — in particolare se minori — dalle tensioni della separazione è la priorità. Nello spazio della mediazione si affrontano insieme i temi giuridici, economici, emotivi e psicologici, riconoscendo che una separazione non è mai solo una questione legale.
Né l'uno né l'altro percorso sostituiscono l'avvocato, che resta necessario per gli aspetti formali. Ma entrambi restituiscono qualcosa che il diritto da solo non può dare: la possibilità di attraversare un cambiamento — che sia una rinascita o un congedo — con maggiore consapevolezza e meno ferite.
Non un futuro già scritto, ma un repertorio di simboli che aiuta a mettere a fuoco le dinamiche in atto e a scegliere con più chiarezza.
Leggi l'articolo →Pochi strumenti sono fraintesi quanto i tarocchi. L'immaginario popolare li lega alla previsione di un futuro già scritto; la tarologia, intesa come pratica seria, lavora in un modo molto diverso.
Le carte sono prima di tutto un repertorio di simboli e di archetipi: figure universali — il viaggio, la perdita, la scelta, la rinascita — in cui ciascuno può riconoscere qualcosa della propria storia. Disposte in un consulto, non «rivelano» un destino, ma offrono uno specchio: aiutano a mettere a fuoco le energie in gioco e le dinamiche in atto, ciò che spesso si intuisce senza riuscire a vederlo con chiarezza.
Un consulto parte sempre da una domanda reale, legata a una situazione concreta. Attraverso i simboli e l'intuizione di chi legge, le carte aiutano a illuminare le aree più intricate di quella situazione e a immaginarne le possibili evoluzioni. Non un futuro inevitabile, ma scenari possibili — perché conoscere le forze in campo è il primo passo per orientarle.
In questo senso la tarologia ha più a che fare con la consapevolezza che con la divinazione. Mostra ciò che è presente, anche quando è scomodo o nascosto, e restituisce alla persona la possibilità di scegliere con maggiore chiarezza la strada da percorrere.
Resta uno strumento di riflessione e di crescita personale: non sostituisce un parere medico, psicologico, legale o finanziario, ma può affiancarsi al cammino di chi desidera comprendere meglio il proprio presente.
Ritrovare il contatto con la parte più alta di sé: non «cosa voglio ottenere», ma «qual è la direzione che sento mia».
Leggi l'articolo →Esiste in ciascuno una parte che precede e supera la psicologia: ciò che alcune tradizioni chiamano sé superiore. Il coaching esoterico nasce dal desiderio di ritrovare il contatto con quella parte — la più alta e silenziosa di noi — quando la voce di tutti i giorni la copre.
È un percorso esclusivo, condotto un messaggio alla volta. Non si tratta di accumulare tecniche, ma di creare uno spazio in cui ascoltare ciò che, di solito, non trova ascolto: il senso di certi sintomi ricorrenti, il significato di alcuni incontri, i talenti rimasti inespressi, i nodi che si ripetono senza spiegazione apparente.
Per favorire questo contatto il percorso si avvale di tecniche specifiche — theta healing, lettura dei registri akashici, canalizzazioni — che non sono il fine, ma il mezzo. Servono a quietare la mente e ad aprire un canale verso una conoscenza più profonda di sé, quella che riguarda la direzione e il senso più che gli obiettivi concreti.
Le domande che lo abitano sono diverse da quelle del coaching tradizionale: non «cosa voglio ottenere?», ma «qual è la missione che sento mia?», «perché certe cose si ripetono nella mia vita?». È un lavoro che parla a chi avverte di avere una direzione interiore da riscoprire, oltre i ruoli e le abitudini.
Come ogni cammino di crescita personale, anche questo non sostituisce pareri di natura medica, psicologica, legale o finanziaria: si pone su un altro piano, quello della ricerca di senso.
Gli incontri si svolgono in presenza a Isernia oppure online, secondo le preferenze e le esigenze di chi partecipa. La modalità si concorda al primo contatto.
No. Le pratiche non richiedono studi pregressi né conoscenze specialistiche: sono aperte a chiunque abbia il desiderio di interrogarsi. La filosofia, qui, non è una materia da sapere ma un modo di stare di fronte alle domande.
Dipende dalla pratica. Counseling e coaching prevedono in media 10 incontri da un'ora; i consulti di tarologia durano un'ora e mezza; i gruppi contemplativi si svolgono in cicli di 4–5 incontri. I dettagli sono indicati per ciascuna pratica.
No. Il counseling filosofico è un dialogo paritetico orientato alla conoscenza di sé e alla chiarezza, non un trattamento clinico né un percorso psicoterapeutico. Non sostituisce il lavoro di psicologi o medici quando questo è necessario.
Il counseling di coppia accompagna la relazione mentre è ancora in corso, spesso in vista di una decisione da prendere. La mediazione familiare interviene invece quando la scelta di separarsi è già stata compiuta, per gestire la conclusione nel modo più sereno e tutelante, in particolare per i figli.
Sì. Quanto emerge durante gli incontri resta riservato e non viene riferito all'esterno: l'obiettivo è offrire uno spazio neutrale e protetto in cui confrontarsi liberamente. Il mediatore è una figura terza e imparziale, che non prende le parti di nessuno.
No. La mediazione aiuta i partner a costruire insieme un accordo condiviso, ma non fornisce assistenza legale: per la formalizzazione dell'accordo e per gli aspetti giuridici resta necessario rivolgersi a un avvocato. Le due figure operano su piani diversi e complementari.
È un primo scambio conoscitivo, utile a mettere a fuoco il punto di partenza, le esigenze e il percorso più adatto, senza alcun impegno a proseguire.
Si può scrivere attraverso il modulo dei contatti o via email; il primo incontro e il percorso più adatto vengono poi concordati insieme.
Una breve presentazione del punto di partenza e di ciò che interessa è sufficiente per concordare un primo incontro e il percorso più adatto.